Oggi, nessuna forza combattente, in Iraq o altrove, si priva dei servizi di contractor che assicurano la logistica, la manutenzione delle basi e la protezione armata delle truppe. Così come, all’interno di una società, lo Stato ha delegato la «sicurezza privata» (cioè, della proprietà) a varie agenzie di security. I vantaggi sono ovvi e si possono compendiare nella formula neo-keynesiana del «moltiplicatore di sicurezza». Si crea un nuovo mercato del lavoro e si libera la forza pubblica o armata da incombenze fastidiose, spesso pericolose o comunque poco remunerative in termini simbolici.
Naturalmente, la tendenza non sarebbe divenuta dilagante senza il trionfo culturale dell’idea di sicurezza come bene quantificabile e oggettivo, al pari del telefono, del gas e dell’acqua. In realtà, esistono due teorie politiche a questo proposito. In base alla prima, diciamo di destra, la sicurezza non è un diritto ma si compra al mercato, come il potere politico per Berlusconi, la pensione per Tremonti o la salute per Bush. La seconda, invece, di «sinistra», concepisce la sicurezza come qualcosa da «condividere». Ed ecco la logica della sicurezza in stile «coop», in cui il consumatore è proprietario, come azionista popolare, del «suo» supermercato. È la teoria di Cofferati e dei sindaci pragmatici di centro-sinistra, quelli che non vogliono lasciare il discorso della sicurezza in mano alla destra e così via.
C’è un sociologo di mia conoscenza (quand’era più giovane, sognatore e rivoluzionario) che si è recentemente convertito a questa visione solidaristica della sicurezza. La sicurezza è un bene di tutti, lavoriamo assieme per rassicurare il cittadino, questa è la sua scoperta. Come spiegare l’incorporazione della logica della difesa sociale (così la chiamano i giuristi) da parte di gente che anni fa avrebbe inneggiato alla rivoluzione comunista o alla marcia inarrestabile delle moltitudini? La saggezza che avanza con l’età matura non mi sembra una spiegazione. E nemmeno il carrierismo, anche se gli enti locali governati dal centro-sinistra amano mettere in piedi osservatori sulla sicurezza, monitoraggi sulla sicurezza urbana, corsi di formazione alla sicurezza e altre iniziative in cui i servizi dei sociologi possono essere remunerati. No, la spiegazione è un’altra: la sinistra - spesso anche quella radicale - non ha avviato una discussione approfondita su questa complessa faccenda. Gli equivoci dominano. Le osservazioni che seguono sono un piccolo, parziale contributo in forma di dialogo a un chiarimento necessario.
I Greci, questo popolo di filosofi, amavano riflettere sulle cause vicine e lontane, ultime e prime dei fenomeni. Di fronte a qualsiasi cosa o evento del creato, nel lungo dibattito che si svolge da Eraclito ad Aristotele, distinguevano tra vari tipi di cause: materiali, formali, efficienti e agenti. È vero che si occupavano soprattutto di fenomeni naturali (la sociologia era una scienza ancora da inventare). Ma se quegli appassionati pensatori si fossero trovati di fronte alla «sicurezza» avrebbero fatto al nostro sociologo convertito alcune domande. Un dialogo avrebbe avuto più o meno l’andamento che segue.
Greci: «Che cos’è la sicurezza, è una cosa, un fatto? Se non lo è, è un sogno, un idolo?».
Sociologo: «Beh, non è proprio una cosa, è il fine a cui dovrebbe tendere la vita dei cittadini, la mancanza di preoccupazioni per la propria incolumità, insomma la certezza che quando esci per strada non sarai scippato...».
(Segue un lungo e confuso botta e risposta, in cui alla fine, messo alle strette, il sociologo ammette che, per definizione, la sicurezza è qualcosa che non c’è, insomma non è un fatto osservabile, ma un’aspirazione, una speranza, se no, non starebbe lì a preoccuparsene e studiare i mezzi per attuarla; i greci convengono allora che l’unico modo per definire la sicurezza è quello di «causa finale», cioè di stato a cui si tende, ma che proprio per questo non si può misurarla empiricamente; i greci chiedono al sociologo di parlare allora della sicurezza in termini di «causa efficiente», cioè da che cosa è causata, un po’ come per loro i sogni sono causati dalla cattiva digestione; altrimenti, non ci capiscono nulla).
Sociologo. «La causa del fine o bisogno di sicurezza è l’esistenza dell’insicurezza».
Greci: «Che cos’allora l’insicurezza? Puoi farci qualche esempio chiaro e indiscutibile?».
Sociologo (cominciando a sudare): «Per esempio, il cittadino ha paura di essere scippato...».
Greci: «Allora, l’insicurezza è lo scippo?».
Sociologo: «No, è la paura dello scippo».
(I Greci cominciano a discutere tra loro. Eraclito se ne va, perché non vuole perdere tempo con gente che ha paura di uno scippo. Platone si annoia e pensa ad altro. Resta Aristotele, perché si parla di cittadini. Interviene Epicuro).
Epicureo: «Non capisco. Se non c’è lo scippo, non si può avere paura di una cosa che non c’è. Ma se lo scippo c’è, che senso ha avere paura di una cosa che c’è già stata?».
Sociologo (riesumando i suoi ricordi liceali): «Beh, l’insicurezza non è proprio un fatto, è un sentimento collettivo, come il panico che improvvisamente faceva scappare gli opliti in battaglia o la pura dei Galli che il cielo gli cadesse addosso».
(I greci non si raccapezzano. Che c’entra la guerra? E i Galli? Da lontano Eraclito fa commenti ingiuriosi).
Socrate (appena giunto, malfermo sulle gambe per abbondati libagioni, sghignazzando): «Stai dicendo che voi moderni siete tutti fifoni?».
Sociologo: «No, o forse sì. Il problema è che i cittadini oggi parlano solo di sicurezza e insicurezza».
Aristotele: «Allora è chiaro, se i cittadini ne parlano, l’insicurezza è una questione politica, o come dite voi che avete studiato solo il latino, sociale».
Sociologo (rinfrancato): «Sì, sì, è una questione sociale e politica. È uno dei problemi capitali del nostro tempo».
Platone: «E allora perché ci fai perdere tempo con la sicurezza come causa finale di qualcosa che non si riesce a definire razionalmente? La sicurezza non è mica una cosa, e neanche l’insicurezza. Non sarà un modo di ragionare da sofisti che mira a ingannare i cittadini?».
Sociologo (imbarazzato): «C’è chi lo dice, qualche estremista».
Platone: «È chiaro. I governanti parlano di sicurezza per tenere i cittadini nell’insicurezza e così continuano a comandare. Questo mi piace».
Aristotele, al sociologo: «Allora tu sei un governante, visto che parli di sicurezza e insicurezza».
Sociologo: «Ma no, sono una specie di scienziato, di filosofo».
Aristotele (a Platone): «Hai visto, questi qui hanno realizzato la tua repubblica ideale».
(Se ne vanno. Platone è molto soddisfatto che i moderni si ricordino di lui. Aristotele è pensieroso. Socrate scuote la testa: in fondo, l’hanno condannato a morte con l’accusa di rendere Atene meno sicura, con tutti i suoi dubbi e le sue domande. Il sociologo corre a comprarsi una storia della filosofia greca).
Se i Greci e i loro seguaci filosofici si occupassero della questione della sicurezza, ci suggerirebbero di distinguere tra fatti e parole, cause agenti e cause finali; sposterebbero la discussione sugli idoli (noi li chiamiamo feticci) e la loro utilità nei sistemi di governo; inviterebbero i sociologi a non occuparsi di sicurezza e insicurezza come «fatti», perché non lo sono, ma come retoriche efficaci. Si porrebbero la domanda più semplice di tutte: perché se tutti vogliono la sicurezza, questa non si ottiene mai, visto che tutti continuano a invocarla? Forse, sospetterebbero che la funzione del discorso sulla sicurezza non è rendere più sicuri i cittadini, ma più sicuri, cioè stabili, i governi. Alla fine, arriverebbero alla conclusione che la funzione dell’utopia - o meglio, della retorica - della sicurezza non è affatto rendere il mondo più sicuro, ma semplicemente lasciarlo così com’è.
Questi Greci immaginari distinguerebbero gli scippi dalla paura degli scippi. Se gli scippi ci rendono insicuri, non sarà il caso di agire sulle loro cause (materiali, formali, agenti e finali), e quindi discutere di povertà, lavoro, proprietà, giustizia e così via, invece di alimentare senza fine la spirale della paura e dell’insicurezza? Gente pratica e analitica al tempo stesso, metterebbero facilmente in luce l’illogicità del nostro modo di ragionare: spendiamo tanti soldi per le guardie private e le forze di polizia (l’Italia è il paese europeo con la più alta percentuale di addetti alla sicurezza sulla popolazione), ma non per sostenere l’istruzione, i servizi pubblici e le infrastrutture. Bruciamo milioni di euro per i Cpt, ma non per dare ai migranti una casa decente e un minimo di diritti e opportunità. Andiamo a fare le guerre in terre lontane e poi ci sorprendiamo se da quelle parti non ci vogliono bene. Creiamo, insomma, le cause dell’insicurezza e poi pretendiamo la sicurezza.
Alla fine, però, i nostri Greci non si accontenterebbero di chiacchiere sulla nostra mancanza di senso logico. Comincerebbero a riflettere su un fatto banale: perché noi diciamo che la sicurezza è la questione politica e sociale fondamentale, e non parliamo invece - come sarebbe più opportuno - di giustizia, democrazia, pace e guerra, forme possibili e ideali di governo? Allora, richiamerebbero il sociologo e gli farebbero qualche altra domanda.
Greci: «Dov’e che vi riunite in assemblea? Avete dei luoghi per discutere di politica quando non lavorate o non vi riposate?».
Sociologo (un po’ imbarazzato): «Noi non ci riuniamo molto. Lo facciamo qualche volta quando si tratta di decidere chi paga le spese dell’ascensore o per fare una petizione contro gli scippi».
Greci: «Ma come fate a scegliere i vostri magistrati, gli strateghi, i responsabili dei giochi pubblici?».
Sociologo (più sicuro di sé): «Beh, ecco, ogni cinque anni o giù di lì, andiamo a votare, proprio come facevate voi».
Greci: «Ma noi ci occupavamo di politica sempre, non una volta ogni cinque anni. E tra un’elezione e l’altra che fate? Andate in guerra?».
Sociologo: «Qualche volta, anche se non si può dire. Noi soprattutto lavoriamo, non è mica come da voi, che vi facevate mantenere dagli schiavi».
Greci (pensierosi): «Ma noi non avevamo le vostre meravigliose macchine, e comunque vivevamo con poco. A noi sembra piuttosto che voi non siate interessati alla politica. Ma che gente siete? Ci ricordate i Persiani. Ecco perché non vi definite più animali politici, ma esseri sociali. Noi però, non vorremmo vivere come voi. Se abbiamo capito bene, la politica la fanno solo quelli che vi governano. Ma voi, cosiddetti cittadini, siete lavoro e casa, casa e lavoro. E allora, crediamo di aver capito. Tutta la faccenda dell’insicurezza è un modo per farvi lavorare e stare a casa quando lavorate. Tutte le vostre paure hanno a che fare con i marocchini, gli albanesi, i rapinatori, gli scippatori, gli ubriachi, le prostitute, tutta gente che sta per la strada. Ma, cari moderni, la politica noi la facevamo per strada, in piazza, al mercato. Ecco perché non avevamo paura. Noi non possiamo fare nulla per voi, perché siamo morti da tanti secoli, siamo solo un vostro ricordo. Ma se fossimo vivi, vi diremmo: non vi fate più ingannare dalla favola dell’insicurezza. Mandate a casa chi vi fa vivere nella paura e governatevi da soli. Sarete anche ricchi, intelligenti e ben pasciuti, ma credete a noi: vi manca proprio il buon senso!».
Sociologo (a disagio): «Ma con voi non si ragiona proprio, me ne vado» (Si alza e torna a compilare statistiche sull’insicurezza urbana).
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